Ultimamente qui a Napoli si sta verificando l’ennesimo fatto anomalo, qualcuno di voi lettori di certo sarà gia stato telefonato da una società di nome PDS o PDL marketing, non so essere più preciso dal momento che al telefono sbiascicano repentinamente questo nome o acronimo, come si sente fare con le controindicazioni nelle pubblicità dei medicianali.
Ebbene quando contattati, ove si vinca la atavica riluttanza a sottoporsi a sondaggi, che di certo non tornano mai a vantaggio di chi dona il proprio tempo,ha inizio qualcosa non dissimile dalla propaganda. Qui lo scrivente non parla per cavillare da purista della lingua, ma pare non volerci l’Accademia della Crusca a svelare l’intima differenza dei due vocaboli. Lungi dal collegare prima facie il nome della società con l’omonimo partito, nel proseguo credo sia lecito il dubbio. Infatti le domande vertono sull’ orientamento politico e ciò che è peggio assumono un tenore induttivo e suggeritivi. A maggior chiarezza, le domande di un sondaggio dovrebbero indagare l’orientamento, l’idea, le abitudini ecc. quindi essere: “ cosa mangi a cena?” diversamente se si chiede “cosa ne pensi di mangiare a cena questo surgelato della marca X” si natura una attività pubblicitaria che se ha come oggetto la materia politica, va sotto il nome di propaganda.
La Costituzione dice libera l’ attività di propaganda ma di certo quando questa sia palese e non subliminale, come nella fattispecie in esame. Difatti viene domandato “come vedrebbe X come Sindaco?”. Come di consueto l’operatrice dice che tratteranno quanto esposto nella telefonata secondo la vigente legge, peccato che per la legge 4 novembre 2010, n. 183 chiarisce che quando l’oggetto sia afferente i dati sensibili, e quelli sul credo politico sono appunto tali, non è sufficiente ricevere una semplice accettazione a sottoporsi, bensì è obbligo far presente la peculiarità dell’argomento e domandare specifica e chiara autorizzazione a proseguire. Inoltre per fare ciò è altresì necessario ben qualificarsi, poiché in caso di cattivo uso dei dati stessi si deve poter risalire al responsabile. Tutto ciò detto le operatrici, e parlo al plurale poiché chiamano a raffica, non si fanno identificare, omettendo di dire il loro nome o numero identificativo e negandolo a richiesta.
Come se non bastasse tutti in epoca di scarsa privacy, in ossequio al Codice in materia, se troviamo molesto o anche solo fastidioso essere contattati per qualsivoglia motivo, abbiamo il diritto di domandare da quale fonte hanno tratto il nostro nominativo, ciò non per motivi ostili, ma, anche se non solo, perché sia data la opportunità di cancellarsi dalla banca dati nella quale si sia inseriti involontariamente ed inconsapevolmente per aver fatto una banale operazione su internet. A tale richiesta che poco ha di strano le signorine si dicono non responsabili, non a conoscenza o non in condizione, di poter dare questa informazione sulla fonte, in quanto operatrici. Ciò non di meno si ritengono invece autorizzate a porre un deciso diniego alla legittima richiesta di parlare col responsabile, il quale, almeno lui, qualcosa dovrebbe sapere.
Credo sia pleonastico aggiungere che la telefonata sia terminata con la solita strafottenza maleducata che sfocia nell’ essere attaccato il telefono in faccia. Gesto ontologicamente scorretto nei riguardi di chi la telefonata l’ ha ricevuta, è stato importunato, ha acconsentito a perdere del tempo, è stato vittima di una violazione di legge, ed in fine di messaggi subliminali. Tutto ciò da un numero privato indi non rintracciabile.
Che sia questa l’ultima frontiera della pubblicità di questo “prodotto politico”? Cosa ci aspetterà poi, il porta a porta, come si vendevano enciclopedie ed aspirapolvere? Non bastava la mala propaganda, problema annoso spesso fatto in dispregio delle più elementari norme di estetica urbana, politica ecologica e par condicio? Comportamenti sovente neppure sanzionati e se puniti con giusta ammenda, condonati o forfettizzati, nel sacro credo della apparenza della legalità.






