Quando i classici ti lasciano sculettare, torni a quando avevi sedici anni, gettavi il tuo jolly invicta sulla scrivania, chiudevi la porta alle tue spalle, caricavi il mangianastri e pensavi ” non ci sono per nessuno“. Dimentichi che hai quasi trent’anni, che hai cambiato città troppe volte, che quasi tutti i giorni finisci per maledire la città in cui ti trovi…e poi…poi accade che le dilatazioni spazio temporali ti riportano a quando avevi la faccia piena di brufoli, le ascelle ti puzzavano e le scarpe erano il campo base di tutte le muffe, indossavi sempre una tuta adidas perché allora era figo, alzi il volume a mille e ti ricordi di un inglese improbabile che usavi canticchiare sotto la doccia.
Qui puoi, puoi abitare all’ultimo piano, gettare la spazzatura al mattino, pagare il condominio in ritardo, farti offrire un caffè, ballare in piazza e urlare in pieno pomeriggio “ ai follon in lov yeah gat nau, gat nau ai folon in lov…oh ai wont to brek fri“, e pensi- che culo,la città mi stanca ma posso organizzare festini rave a tutte le ore, lasciare lo stereo in loop, conversare con la mia vicina dalla finestra, in compagnia delle scimmiette di Homer Simpson che nel mio cervello ripetono in coro- mama mia, mama mia let mi go, Bielzebù.
La città dell’improbabile, del tutto è possibile, sii libero e vai con dios, fratello. Non avrai mai uno stipendio a fine mese, ti arrangerai con lavoretti sotto pagati e non ti sarà garantita una ascesa sociale, qualora tu abbia i meriti del caso, ma potrai sempre, e dico sempre, godere di una giornata di sole, di un neomelodico che ti farà venire i crampi alla pancia dalle risate, urlare a squarciagola, dal balcone, “Maria“, anche se non conosci nessuno che si chiama così, e mangiare una pizza in cumpagnia a pochi spiccioli.
Chiest’ è ‘o paese d”o mar’, chist’ è o paese d”o sol’, della sfogliatella frolla e riccia, della zizza (‘o babbà), del u-a ‘o fra’, t”a post’?, ghiv mi faiv, sgraunch. Una città meravigliosa in cui puoi ricordarti quanto era bello tornare da scuola e lasciarti andare in vocalizzi che sfioravano gli ultrasuoni, torturare il tuo gatto, nascondere il diario, per poi ricomporsi d’improvviso e fingersi adulti, nell’ordine di una società regolata da leggi, consuetudini e disciplina. E mi viene in mente il vecchio Celentano quando cantava chi non lavora non fa l’amore. Caro Adriano forse non eri mai stato a Napoli, qui l’ammore si fà, lavoriamo di rado e veniamo pagati ancora meno di rado, ma siamo felici e dalla ciurma degli ostinati, noi gioventù dell’ante-crisi diciamo, non la lasceremo mai, forse, s’intende!
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